Quando la Sicilia mi adottò l’anima

Sicilia. Isola alla quale sono legatissima, per centinaia di ricordi, per l’esotismo che ho vissuto nella mia infanzia e adolescenza, io ragazzina di Torino, immersa nell’indefinibile plumbeo di una città allora industriale, con gli autunni presto-presto umidi di nebbia, specie lungo il fiume. In ogni tarda estate, dall’età di cinque anni fino ai diciotto, partivo per le vacanze con i miei genitori e viaggiavamo in macchina per millesettecento chilometri. Erano vacanze spartane, nella casa in affitto di una famiglia di pescatori, a San Vito Lo Capo, paese allora pressoché sconosciuto al turismo, meta sporadica di giovani camperisti del Nord Europa in cerca di luce sfacciata e ben definita e di qualche settentrionale non razzista che voleva scoprire il Sud.

Un mondo seducente, di cui amavo tutte le diversità: i tetti terrazzati, i dialoghi appassionati con chiunque capitasse di incontrare, i lucernari attraversati da un sole mai conosciuto prima, l’attenzione parsimoniosa verso l’acqua dolce, il sugo fatto con la murena perché non si butta via niente, la metafisica delle tinte marine. Nel corso degli anni ci sono ritornata, e ho visitato anche i vari arcipelaghi. Ogni volta è stato come ritornare in uno dei primi incanti della giovinezza, quello per le terre disuguali, per le culture lontane, meravigliose nella loro complessità, perché la complessità è a suo modo meravigliosa.

Anche le giornate nei piccoli luoghi di mare siciliani, hanno un’altra scansione, condivisibile in parte con altre latitudini-sud. Il primissimo pomeriggio è quasi un rito di passaggio: il sole fa un assedio agguerrito ma perdente agli scuri delle finestre, mentre la stanza fresca di muri antichi si riempie di silenzio e torpore crescenti. Le narici sono piene di profumi che sanno di salsedine, origano e melone bianco, e anche di profumi della sera precedente, ossia di quel gelsomino siciliano, il più tardivo tra i gelsomini che però fiorisce fino all’inverno. Nelle orecchie ronza vicino, ma in qualche modo anche lontanissimo, il frinire delle cicale. In strada non c’è più nessuno. E senti che fuori anche il sole starà profumando tutte le cose che cattura, le sterpaglie, il legno delle gelosie, l’aria quasi solida. Ti addormenti, poi ti svegli, sono le cinque di pomeriggio, è ora di iri a mari, andare al mare. Apri le gelosie e tutto fuori sembra di nuovo respirare, anche le voci.

Una canzone di Franco Battiato, Mal d’Africa, fotografa in musica, come nessuna altra canzone, questo momento siciliano, che ho fatto mio tantissime volte. Quasi un’educazione all’estate, alla quiete, dove tutto si allontana in modo naturale, pacifico. E anche se mio padre non usava la brillantina, certamente “qualcosa di astratto s’impossessava di me”.